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Collaborazioni, reti e aggregazioni di impresa: l’importanza di condividere la conoscenza

Data articolo: 9 Luglio, 2014
Data ultima modifica: 9 Dicembre, 2023
aggregazioni di impresa conoscenza
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Ed eccoci quindi alla seconda puntata sulle aggregazioni di impresa prendendo sempre spunto della mia tesi di dottorato “Dalle strategie alle ecologie: un approccio a sostegno delle nuove aggregazioni tra imprese – Mar 13, 2013 Università di Milano”, l’embrione che ha portato prima ai Froggers, la prima rete d’impresa fra freelance in Italia e poi a People Branding. Nella prima avevamo parlato di Fiducia. Oggi è il turno della Conoscenza. Compito decisamente arduo!

Ho spesso pensato in queste settimane a come sia semplicemente complesso anche solo dare una definizione al concetto di conoscenza. Per farsi un’idea basta digitare il termine su Google per ottenere circa 49.800.000 risultati. Devo anche dire che in un paio di occasioni mi son domandato se me lo avesse ordinato il dottore di scrivere questi post a puntate sul tema delle aggregazioni di impresa, ma poi la sfida è sempre una sfida e io non so resistere!

Aggregazioni di impresa: di cosa non parleremo

Anche questa volta non parleremo di reti o aggregazioni di impresa nel senso più stretto e comunemente usato del termine, né ci soffermeremo su questioni contrattuali legate ad opportunità finanziarie o fiscali. Parleremo di collaborazioni, aggregazioni e reti di impresa a qualsiasi livello si voglia pensare questo concetto: fra persone, fra partita Iva, fra imprese, fra enti, miste e addirittura virtuali, slegate dal mero contenitore in cui verranno raccolte.

Partendo da un dato di fatto e cioè che la conoscenza e i relativi meccanismi di apprendimento sono cruciali per lo sviluppo e la competitività, in generale di tutte le imprese, ma in particolare delle aggregazioni di impresa indipendentemente della forma che assumono, ho cercato una prospettiva da cui partire. E tra i capitoli della mia tesi di dottorato ho trovato un punto di partenza: la distinzione che esiste tra l’accezione economica d’informazione e di conoscenza, attribuibile tra i tanti a David e Foray.

Distinguere tra informazione e conoscenza

Se la conoscenza fornisce la possibilità di agire ampliando la capacità cognitiva di un soggetto, l’informazione da sola ha la forma di dati strutturati che richiedono di conoscenza per essere articolati e resi operativi.

In pratica, il semplice fatto di aver letto questo post o aver partecipato ad un meeting per la definizione delle strategie di gruppo di una nuova rete o aggregazione di imprese non vi renderà capaci di generare conoscenza; per riuscirci dovrete possedere altra conoscenza (di base) che vi consentirà di trasformare il dato (informazione) in nuova conoscenza utile per esempio a generare nuove idee di business, migliorare i processi esistenti, individuare nuove opportunità ecc. E qualora questa conoscenza di base non esista e non sia livellata tra i partecipanti è necessario provvedere affinché il linguaggio sia un linguaggio comune e assimilabile da tutti.

La questione è interessante in quanto a noi interessa comprendere quando la conoscenza è trasferibile e replicabile. L’informazione, a differenza della conoscenza, è facile da replicare poiché si riduce al mero “costo fisico della copia”, ma è distante dal valore aggiunto dato dalla conoscenza. La ragione è semplice: la conoscenza è un processo molto più costoso in quanto le capacità cognitive sono difficili da articolare esplicitamente e da trasferire ad altri.

In soldoni, la riproduzione della conoscenza avviene mediante un articolato processo di apprendimento, mentre la riproduzione dell’informazione si basa su una mera azione di duplicazione. Analisi utile in un contesto in cui spesso le due cose si confondono ai nostri occhi e che ci riporta a quanto diceva Howells:

La conoscenza può essere definita come un processo o una struttura dinamica attraverso cui l’informazione può essere immagazzinata, elaborata e compresa.

Continuando con la metafora del blog, chi scrive un post ha spesso l’obiettivo più o meno alto o ambizioso di trasferire quanto conosce a chi lo legge. Alcuni saranno in grado, data la propria conoscenza di base, di trasformare l’informazione in nuova conoscenza; altri si limiteranno a condividerla semplicemente come un dato, senza riuscire in tutto e per tutto a farla propria e rielaborarla.

Prima conclusione utile: la conoscenza quindi presuppone strutture cognitive in grado di assimilare l’informazione e inserirla in un contesto più ampio.

La questione a questo punto si sposta dal quando al come la conoscenza sia trasferibile e replicabile.

Codificare la conoscenza tacita per saperla riutilizzare

Polanyi ci viene in aiuto.

Dobbiamo distinguere tra conoscenza codificata (esplicita) che comprende know-how trasmettibile attraverso un linguaggio sistematico e contenibile in testi e manuali; e conoscenza tacita (implicita) che è quella conoscenza che non può essere gestita attraverso flussi comunicativi strutturati e che deriva da quelle competenze e capacità assimilate attraverso il learning by doing, learning by using e il learning by learn.

La conoscenza codificata, essendo esplicita e standardizzata, può essere trasferita molto più facilmente e con costi vantaggiosi mediante l’utilizzo delle nuove forme di comunicazione. La conoscenza tacita, invece, essendo personale e dipendente dal contesto di riferimento, è difficile da comunicare se non mediante rapporti personali realizzati nell’ambito di esperienze condivise.

Come sostengono Nonaka e Konno:

la capacità di un’impresa di creare valore è legata alla sua capacità di trasformare il valore potenziale della conoscenza tacita dell’azienda in valore. Perciò le imprese, per creare valore, devono codificare la loro conoscenza tacita in un formato che sia utilizzabile al di fuori del contesto.

In pratica, è quanto sto cercando di fare in questo post, ovvero prendere quanto ho in testa (conoscenza tacita), cercare di renderlo esplicito (codificarlo) e semplice, dopo averlo assimilato all’interno di esperienze personali, e condividerlo con altri.

Seconda conclusione utile: la capacità di tradurre il valore interno, che è “incorporato” nell’azienda, in valore esterno, richiede l’interiorizzazione di quella parte della conoscenza che è necessaria per rendere quel valore esplicito.

A questo punto però se non combino il come con il quando la conoscenza continua ad essere non trasferibile e replicabile. In pratica seppur abbia codificato la mia conoscenza per esplicitarla in questo post non mi sono preoccupato di creare un contesto in cui l’informazione possa essere assimilata e trasformata in nuova conoscenza. Mi sono limitato a spararlo nel mucchio senza domandarmi dove posso creare i presupposti affinché la conoscenza sia trasferibile e replicabile?

La conoscenza tacita è personale e dipende dal contesto e dalla prossimità

Se la realtà è in sé una costruzione sociale che non può astrarre dalle percezioni individuali e collettive, allora, come dice Howells,

la conoscenza tacita è trasferibile solo dentro il contesto specifico in cui è stata creata (ad esempio, solo dentro la rete di relazioni interpersonali in cui vi è un insieme di valori condiviso).

La “prossimità fisica” e la “prossimità relazionale” appaiono un elemento fondamentale in quanto la trasmissione della conoscenza tacita è facilitata dalla condivisione di un sistema di norme e da un linguaggio e una cultura comuni.

Terza conclusione utile: nonostante le moderne tecnologie di comunicazione abbiano aumentato la possibilità di trasformazione della conoscenza tacita in conoscenza codificata, tuttavia persistono seri limiti al processo di codificazione della conoscenza che, per sua natura, è intrinsecamente tacita e necessita di qualche forma di prossimità.

Aggregazioni di impresa e il modello di nonaka e konno

Quanto scritto in questo articolo e attuato in prima persona coi Froggers, si basa sul modello di Nonaka e Konno, un processo strutturato in quattro fasi: socializzazione, esteriorizzazione, combinazione e interiorizzazione.

Dopo aver creato le basi della fiducia di cui abbiamo parlato nel post precedente, abbiamo creato:

  • contesti di condivisione fisici e informali come i Frogday e i Playground oltre a diversi meeting e le Frogpizza, in cui fosse possibile creare con il tempo un linguaggio comprensibile a tutti e una cultura e dei valori condivisi, base del processo di codifica e di trasferimento della conoscenza.
  • Contesti virtuali in cui condividere linguaggio, comprendere e tarare i sistemi reciproci come la redazione del blog.
  • Contesti virtuali dove è avvenuto un processo continuo e costante di definizione di un linguaggio e una cultura comune. E il processo, never ending, avviene anche con la selezione dello strumento che deve essere un minimo comun denominatore dei singoli sistemi di lavoro.

Se la fiducia è una cosa seria, la conoscenza lo è ancor di più; ma può essere divertente quando diventa esperienza!

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