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Reti, aggregazioni e collaborazioni di impresa: la necessità di creare Comunità di Pratica

Data articolo: 10 Settembre, 2014
Data ultima modifica: 29 Gennaio, 2024
collaborazioni comunita di pratica
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Ed eccoci quindi alla terza puntata sulle reti, aggregazioni e collaborazioni di impresa prendendo sempre spunto della mia tesi di dottorato “Dalle strategie alle ecologie: un approccio a sostegno delle nuove aggregazioni tra imprese – Mar 13, 2013 Università di Milano”, l’embrione che ha portato prima ai Froggers, la prima rete d’impresa fra freelance in Italia e poi a People Branding. Nella prima avevamo parlato di Fiducia, nella seconda di Conoscenza. Oggi è il turno delle Comunità di Pratica.

Le comunità di pratica sono gruppi di individui con interessi, obiettivi o competenze comuni, che si uniscono per condividere esperienze e apprendere collaborativamente. Questi gruppi, che possono esistere virtualmente o fisicamente, facilitano lo scambio aperto di idee, la risoluzione di problemi e la costruzione di conoscenze. La fiducia reciproca, l’interazione attiva e la diversità di prospettive sono elementi chiave che alimentano il processo di apprendimento.

Le tecnologie digitali hanno ampliato l’accesso a queste comunità, consentendo la collaborazione a distanza attraverso forum online, piattaforme di collaborazione e social media. Le comunità di pratica offrono un ambiente in cui i membri possono connettersi, apprendere e affrontare sfide professionali insieme, contribuendo a una crescita e uno sviluppo continuo.

Collaborazioni di impresa: di cosa non parleremo

Anche questa volta non parleremo di reti o collaborazioni di impresa nel senso più stretto e comunemente usato del termine, né ci soffermeremo su questioni contrattuali legate ad opportunità finanziarie o fiscali. Parleremo di collaborazioni, aggregazioni e reti di impresa a qualsiasi livello si voglia pensare questo concetto: fra persone, fra partita Iva, fra imprese, fra enti, miste e addirittura virtuali, slegate dal mero contenitore in cui verranno raccolte. Partendo dall’esperienza vissuta e da un dottorato di ricerca speso (bene) nel cercare di modellizzarne un metodo.

Riprendendo qualche concetto trattato nella precedente puntata, siamo arrivati a comprendere come il trasferimento di conoscenza e l’apprendimento organizzativo affrontino un “cammino imprevedibile”. In questo cammino, la diffusione delle conoscenze non si verifica in forma lineare e razionale, né si propaga secondo modalità “governata”, sono le persone e i gruppi sociali a creare le condizioni per generare scambi di informazioni e conoscenze, spesso non riconducibili ai confini spazio-temporali dell’impresa.

In uno scenario turbolento una azienda si deve adattare

In uno scenario in cui l’impresa che si confronta con la realtà ambientale, non può arginarne la turbolenza ma vi si deve adattare nel più breve tempo possibile, la strategia non può più essere pensata come un programma d’azione fissato a priori e da attuare in maniera rigorosa. Le decisioni strategiche si trasformano in decisioni su come decidere (meta-decisioni) e l’attenzione si sposta dal combinare in modo prescrittivo le scelte correnti, all’indirizzare, comprendere e costruire il contesto (comunicativo, relazionale, transazionale) entro il quale le scelte possano essere compiute al meglio.

La conoscenza non è più solo una componente indispensabile del processo di pianificazione strategica ma diventa anche l’oggetto di tale processo.

Cosa si intende per comunità di pratica

Marshall McLuhan definisce le comunità di pratica di apprendimento come gruppi sociali, volontari ed emergenti, che hanno come obiettivo finale il generare conoscenza organizzata e di qualità cui ogni individuo può avere libero accesso.

In queste comunità gli individui mirano a un apprendimento continuo e hanno consapevolezza delle proprie conoscenze. Non esistono differenze di tipo gerarchico: tutti hanno uguale importanza perché il lavoro di ciascuno è di beneficio all’intera comunità. La finalità è il miglioramento collettivo.

Chi entra in questo tipo di organizzazione mira a un modello di condivisione; non esistono spazi privati o individuali, in quanto, tutti condividono tutto. Chi ha conoscenza e la tiene per sé è come se non l’avesse.

Le comunità di pratica tendono all’eccellenza, a prendere ciò che di meglio produce ognuno dei collaboratori. All’interno delle comunità di pratica si punta ad una conoscenza che si costruisce insieme e che rappresenta un modo di vivere, lavorare e studiare.

Pratiche di vita e background comune

Un elemento centrale della comunità è la condivisione di un linguaggio. Ogni comunità si forma sul terreno di un background comune, che è in primo luogo linguistico e strettamente legato alle “pratiche di vita”.

È l’intreccio di pratiche a portare all’esistenza nuovi orizzonti di senso e di conoscenza, consentendo lo sviluppo di potenzialità da reinterpretarsi continuamente. Il carattere di utilizzabilità che ci lega originariamente alle cose fa sì che il mondo sia un mondo agito ben prima che contemplato.

La sede della conoscenza non è soltanto nella mente dei singoli, ma anche nelle informazioni presenti negli oggetti di uso comune: dai monumenti, ai libri, alle tecnologie. La mappa cognitiva di un sistema può essere pertanto interpretata come un “ecosistema di reti mentali” dove la formazione rappresenta la funzione presidiante i processi strategici d’interazione dei soggetti che ne fanno parte.

L’apprendimento è essenzialmente un’attività che si svolge in comune e che coinvolge la costruzione sociale della conoscenza (Bruner).

Ambienti organizzativi creativi nascono dal senso di appartenenza a “una comunità di pratiche e di storie”, in cui l’individuo ha fiducia nelle sue possibilità e abilità di agire. Le comunità di pratica e di apprendimento rappresentano una leva strategica fondamentale per interpretare e alimentare la spirale cognitiva di un’organizzazione. È, infatti, dalla conversazione, dal confronto dal dibattito e dalla discussione (sovente non pianificata e solo talvolta strutturata) tra pari, tra colleghi, e tra esperti che scaturisce un apprendimento significativo e una comprensione profonda. La collaborazione tra pari aiuta a sviluppare abilità e strategie generali di problem solving attraverso l’interiorizzazione di processi cognitivi impliciti nell’interazione e nella comunicazione.

Come sostenuto da Wenger, il sapere di una comunità viene continuamente arricchito dall’esperienza che i suoi membri accumulano nei diversi contesti di esperienza. Un sistema sociale come quello delle comunità, apprende nella misura in cui sviluppa una dinamica capace di stimolare il contributo dei singoli e di regolare le forme attraverso le quali le innovazioni locali contribuiscono all’accumulazione complessiva del sapere conducendo ad una tensione continua all’innovazione.

E quindi? Cosa e come costruire una comunità di pratica?

Come sottolinea Kaye

una collaborazione di successo prevede un qualche accordo su obiettivi e valori comuni, il mettere insieme competenze individuali a vantaggio del gruppo come un tutt’uno, l’autonomia di chi apprende nello scegliere con chi lavorare e la flessibilità nell’organizzazione di gruppo. Perché ci sia un’efficace collaborazione e cooperazione ci deve essere una reale interdipendenza tra i membri di un gruppo nella realizzazione di un compito, un impegno nel mutuo aiuto, un senso di responsabilità per il gruppo e i suoi obiettivi e deve essere posta attenzione alle abilità sociali e interpersonali nello sviluppo dei processi di gruppo”.

In tutto questo, apprendimento e formazione possono essere utili, anzi, la formazione nelle comunità di pratica ha un ruolo fondamentale poiché si tratta di una pratica di confine, capace di allargare i confini delle conoscenze della comunità stessa. Il compito della pratica di confine è quello di gestire i confini riconciliando le posizioni e trovando soluzioni. Se pensiamo ai classici corsi di formazione (anche se non è questa la formazione a cui faccio riferimento ovviamente) sono luoghi dove le comunità operanti in ambiti diversi cercano di comunicare tra di loro al di là dei confini specifici che caratterizzano il loro ambito di attività.

I modelli di formazione tradizionali, quelli basati sulla distinzione tra formatore e formato, mostrano, però, tutti i loro limiti quando l’obiettivo è creare e stimolare l’emergere di comunità di pratica. A tale scopo i più efficienti sono gli interventi di coaching, di mentoring, i focus group e più in generale i nuovi modelli formativi dove vi è un coinvolgimento sociale ed emotivo che riduce o annulla le distanze tra formatore e formato.

contesti informali di autoformazione e confronto

Quanto scritto in questo articolo e attuato in prima persona coi Froggers, si basa su quanto sostenuto da Wenger dove il sapere di una comunità viene continuamente arricchito dall’esperienza che i suoi membri accumulano nei diversi contesti di esperienza, cercando di agevolare processi di condivisione del linguaggio. Per quanto ci riguarda dopo aver creato le basi della fiducia e del trasferimento di conoscenze di cui abbiamo parlato nei post precedenti, abbiamo creato dei contesti informali di autoformazione e confronto come i Frogday e i Playground, le FrogPizzas e i FrogMeetings, che rappresentano l’essenza delle comunità di pratica e allo stesso tempo anche l’essenza stessa della nostra identità, assieme a diversi contesti virtuali a partire da questo stesso blog e da altri “luoghi” di cui presto vi parlerò in una puntata dedicata specificatamente ad una sorta di “Toolbox per la collaborazione“.

Facendo nostro il motto che chi ha conoscenza e la tiene per sé è come se non l’avesse, ma cambiando il modo di condividerla…

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